STUPIRSI DAVANTI AL DUOMO

Carissimi, mentre sostavo in preghiera davanti all’Eucaristia in questi giorni, ho riflettuto sulla Festa che ogni anno, la terza domenica del mese di ottobre, siamo chiamati a vivere come fedeli ambrosiani: la Dedicazione del Duomo.

Anzitutto mi è sorta una domanda: perché dare tanta importanza ad un tempio di pietra, quando Gesù stesso gliene accordava così poca?
Perché – mi sono risposto – il Duomo è una parabola, non di parole, ma di pietre.
Duomo vuol dire in origine domus, cioè casa. E la casa è tale solo perché accoglie delle vite in sé, è il simbolo dell’accoglienza.
La misura dell’accoglienza cristiana è l’accoglienza di Cristo. E qual è la misura dell’accoglienza di Cristo? E’ accoglienza senza misura.
Ecco perché la Chiesa non può essere altro che spazio di accoglienza e mai di esclusione. O è accogliente o non è, non è chiesa.
Non possiamo dimenticare che quando Gesù ha celebrato la prima Eucaristia l’ha celebrata in una casa, con Giuda. Gli ha lavato i piedi, gli ha dato il pane, si è messo nelle mani del traditore, e della non fedeltà.
Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto noi”. E nessuno di noi, che è un accolto, può dire all’altro: tu non sei accolto.
Se io lo dicessi, sono io che mi metto fuori dalla comunione di Cristo. Se escludo l’altro in realtà, nella profondità delle cose, io sto escludendo me stesso. Sono io che esco fuori dalla comunione dalla quale voglio mettere fuori qualcuno, io esco dalla casa di Dio quando non accolgo qualcuno.
Questa è la profondità delle cose di Dio.
Siamo capaci di ascoltare il racconto del Duomo, la parabola delle pietre?
Noi tutti siamo una pietra dell’immensa Cattedrale che Dio va costruendo nel mondo. E non importa dove tu sia collocato, se sulla facciata, alla vista di tutti, sulla guglia più alta o nelle  fondamenta. Non importa se sei collocato ai piedi dell’altare o sul pavimento dell’ingresso. Milioni di pietre costituiscono la Cattedrale ma ciascuna deve stare al suo posto, pensata dall’architetto per quel posto preciso, con quella forma esatta, per riprodurre nell’armonia delle linee un progetto sapiente e complesso. E al posto di una pietra non ce ne può stare un’altra e se manca una pietra si crea una disarmonia dell’insieme, una fragilità, un vuoto.
Davanti all’Eucaristia, mi sono immaginato come una di quelle pietre, e pensavo che nella grande Cattedrale del mondo che Dio va costruendo e ricostruendo pazientemente con le nostre persone, ognuno di noi è una pietra insostituibile e viva. E se io manco la mia vita, se io fallisco la mia missione e il mio lavoro, per me come sacerdote, ma qualsiasi esso sia, si produce una disarmonia universale, una fragilità accanto a me, nella mia comunità, nella mia famiglia, un vuoto nella città, nel contesto in cui vivo.

Ogni volta che passo a fianco del Duomo, mi stupisco davanti alla diversità di ogni singolo blocco di marmo, con le sue venature di rosa, di verde, di grigio, di avorio, di ocra…e non trovi due pietre uguali!
Provengono dalla stessa cava, sullo stesso monte, eppure sono uniche.
La loro parabola mi dice che è con la tonalità unica del mio colore, con le vibrazioni particolari del mio essere, con le sfumature irripetibili dei miei sentimenti, solo essendo me stesso posso servire al Signore.
Ognuno è un proprio momento di Dio, ognuno è una parola unica che Dio ha pronunciato chiamandoci all’esistenza e che non ripeterà mai più. Se io non sono me stesso, libero da due cose, da maschere e da paure, mancherà qualcosa all’armonia del Regno, mancherà qualcosa alla musica della vita.
Un terzo messaggio: proprio davanti all’Eucaristia mi sono ricordato che quando entro in Duomo, mi capita spesso di cercare una linea particolare sul pavimento. Quando a una precisa ora della giornata un filamento di luce sottile e penetrante come la speranza, un raggio caldo di sole scende dal foro aperto sul soffitto e va a posarsi sul pavimento…!
Sei tu quella pietra calpestata, a terra. Sono io, forse atterrato da drammi, forse buttato a terra dai miei errori o dalla stanchezza. Eppure come una benedizione da Cristo sole, da Cristo luce, un raggio attraversa il buio, si posa come una carezza sulla pietra e la pietra sembra muoversi, sembra acquistare rilievo in mezzo alle altre, sembra la pietra del sepolcro al mattino di Pasqua, percossa dalla luce, rotolata via dall’imboccatura del cuore dove tappava il fiorire della vita.
Sono io quella pietra, ruvido di terra e fremente di luce. Su di me viene un sole, viene dall’alto, viene da Dio, viene a fare giustizia di ogni umiliazione, viene ogni giorno se solo lo accolgo.

E poi quanti altri pensieri, in ginocchio davanti all’Eucaristia… 

Il Signore vi benedica     

 don Diego