QUELLI CHE NON CI SONO

Carissimi,

non è facile ricordarsi di loro perché non li vediamo e non li sentiamo. Loro, in Parrocchia o in Oratorio, non ci sono. Alcuni non sono mai venuti, la maggior parte ha smesso di venire. Il Vangelo, però, ci chiede di pensare anche a loro, di non dimenticarli, di desiderare la loro presenza. La loro assenza non può lasciarci tranquilli né tantomeno chiusi nel “tanto sono fatti così, tanto non verranno mai…”; la loro assenza ci dovrebbe sì rattristare, ma insieme stimolare, provocare, interrogare. Perché non ci sono più? Come mai si sono allontanati da ambienti dove, spesso, sono cresciuti? Che cosa possiamo fare per loro?

La Parrocchia, l’Oratorio sono da sempre per tutti, anche per quelli che non ci sono. La sollecitudine nei loro confronti non dovrebbe mai venir meno. Siamo realisti e sappiamo che non è detto che, nonostante tutti i nostri sforzi, accoglieranno l’invito riformulato nei modi più disparati. Siamo però altrettanto consapevoli che lo stare dentro i nostri pensieri è l’unico modo per far sì che non siano totalmente assenti. Anche loro ci sono nel nostro cuore, nelle nostre attenzioni e nei nostri progetti. Soprattutto, sono nel cuore di Dio Padre.

Le proposte comunitarie ed oratoriane devono sempre tenere conto di chi c’è già, ma dovrebbero necessariamente allargare l’orizzonte a chi non c’è più, o meglio, non c’è ancora. La tensione missionaria rischia spesso di essere più declamata che praticata e più teorizzata che vissuta. In primis, comunque, essa deve essere desiderata come un bene prezioso ed un’esigenza insopprimibile del Vangelo di Gesù.

Sarebbe interessante rileggere i nostri progetti e le nostre iniziative in questa luce, chiedendoci che spazio e che attenzione c’è per quelli che non ci sono, i cosiddetti “lontani”.

Anche nelle nostre comunità e nei nostri Oratori urge una verifica concreta e complessiva della qualità missionaria  e dello stile di apertura. La storia ci insegna come, nei periodi e nei contesti nei quali si sperimenta il cristianesimo in minoranza, sia più forte il pericolo della chiusura. Occorre allora che, con sincerità, ciascuno si interroghi sulla disponibilità all’accoglienza, al confronto, al dialogo, all’apertura di cuore nei confronti di chi non c’è, allontanando la tentazione di arroccarsi o chiudersi in se stessi o nel proprio ristretto gruppo.

Un’ultima annotazione. Spesso siamo abituati a misurare l’esito dei nostri percorsi e delle nostre iniziative da quelli che restano. Indubbiamente è un dato significativo che tuttavia merita di essere composto almeno con un altro elemento che parte dalla considerazione di come e perché è andato via chi non c’è più. Questo conta molto. La sconfitta non sta nel fatto che alcuni se ne vanno, ma che, presumibilmente, non ritorneranno più. Al contrario, altri inevitabilmente, per tante disparate ragioni se ne vanno, in attesa di un’occasione per tornare. La differenza è data da ciò che uno porta nel cuore dell’esperienza vissuta. Se è stata comunque importante e significativa, può lasciare quasi una nostalgia che potrebbe rimanere per un po’ di tempo sopita, ma che poi inevitabilmente ha bisogno di un appagamento.

Questo, però, può avvenire solo se qualcuno, nel nome e sull’esempio di Gesù, non ha mai smesso di aspettare, di accogliere, di sperare.

Il Signore vi benedica                                                                                                                                                                                                      don Diego