Mons. Mario Del Pini nuovo arcivescovo di Milano

È un uomo di profonda spiritualità, coniugata con un bel senso di concretezza tutto ambrosiano. Forse anche per questo il nuovo Arcivescovo di Milano è così popolare in Diocesi, tra i preti, i fedeli, tanti amici.

Il successore del cardinale Angelo Scola, compirà il prossimo 29 luglio, 66 anni, ma non si direbbe proprio, per il suo «stile» che non ha nulla del maturo sacerdote, secondo alcuni cliché facili e scontati, ma ha tutto del sacerdote maturo, nel senso più pieno del termine.

Chi lo conosce, anche nel suo profilo di padre spirituale, dice che è saggio ed equilibrato. Non fa sconti sulle cose che contano, appunto, che non si possono svendere, sulle verità della fede, sul rapporto con il Signore, ma comprende la vita non facile che vivono tante donne e uomini nella società di oggi, equilibristi spericolati tra lavoro, famiglia, impegni, responsabilità che «schiacciano». E, allora, viene in mente che, con le tante responsabilità che ha monsignor Mario Delpini – e ora a maggior ragione – anche lui si sarà sentito, qualche volta, schiacciato. Ma, certo, non lo dimostra.

Sarà per la nascita nel cuore della terra ambrosiana, per la vocazione, per la formazione e gli studi, per l’essere quel tipo di prete che, nel 1975, con i suoi compagni di ordinazione sacerdotale, si autodefinirono, nel loro motto «Uomini per la speranza». O, con più probabilità, sarà semplicemente, perché crede in Gesù, e come ha detto all’annuncio della sua nomina, in una Chiesa «semplice e lieta». Non a caso, il suo motto episcopale è Plena est terra gloria eius: «La terra è piena della Sua gloria».

Se la fotografia di colui che siederà sulla Cattedra di Ambrogio e Carlo, impegnato a inforcare l’amata bicicletta per andare ogni giorno dalla Casa del Clero di via Settala, dove vive, in Curia, è notissima, lo sono anche alcune sue espressioni. Ad esempio, quando, appena divenuto Vescovo insieme al compagno di Messa e di episcopato, monsignor Franco Giulio Brambilla, attuale Vescovo di Novara, il 23 settembre 2007 in Duomo, ricordò scherzosamente il monito della sua mamma, oggi scomparsa, di fare attenzione a essere pettinato.

O quando, il 5 aprile del 2012, alla conclusione della Messa Crismale, durante la quale il cardinale Scola lo aveva appena nominato Vicario generale, disse, con una calma disarmante all’entusiasta intervistatrice riuscita a intercettarlo, che avrebbe continuato a fare ciò che aveva sempre fatto, il prete.

Ma sono, soprattutto, altre le parole che rimangono impresse, come quelle di alcune sue omelie, sempre tese a indicare la speranza contro la disillusione e i miti dei nostri giorni – dei soldi facili, delle tante droghe che anestetizzano la coscienza, del successo a tutti i costi -, a sostenere una serietà magari impopolare di fronte alle menzogne che nascono dall’arroganza, dalla sopraffazione, dal credersi superiori agli altri.

Brillante predicatore e scrittore di saggi insieme profondi e ironici (solo due titoli, «E la farfalla volò. 52 storie sorprendenti» e «Reverendo, che maniere! Piccolo Galateo Pastorale»), collaboratore delle testate diocesane (proprio fino alla settimana scorsa ha firmato la breve rubrica di prima pagina di Milano Sette «Vocabolario della vita quotidiana»), il nuovo Arcivescovo è, infatti, un attento lettore della realtà. E, anche in questo contesto, dice chiaro quello che pensa, come sa chi lo ha avuto ospite in alcune trasmissioni televisive.