La testimonianza – Il teologo don Maurizio Chiodi: così affronto il male in ospedale

don Maurizio Chiodi, “Avvenire”,  venerdì 27 marzo 2020

 

La toccante riflessione del teologo Maurizio Chiodi, da quasi un mese in ospedale: così affronto il Covid-19

Covid-19, la malattia da coronavirus, è senza dubbio un’esperienza di passione e di morte, anche se non necessariamente essa si conclude con la morte personale. È un’esperienza di morte perché, come pandemia, coinvolge potenzialmente tutti. Il Covid-19 è un nemico insidioso, che si insinua, nascosto e a tua insaputa, nel tuo corpo, al punto che lo puoi trasmettere anche se non sai di averlo. Ci sono zone del nostro Paese che stanno vivendo situazioni drammatiche e sconvolgenti, esperienze quasi di morte collettiva. Tutti si sentono esposti, tutti sono minacciati. Nessuno è escluso. Muoiono soprattutto gli anziani e i più deboli, certo, ma non solo loro. In ogni caso, come sappiamo bene, l’età avanzata delle vittime non rende meno dolorose quelle morti. Il tempo accresce gli affetti, non li cancella né li attenua. C’è un tratto che accomuna tutti coloro che soffrono e muoiono per Covid-19: è la solitudine radicale. È la solitudine del patire immenso che precede la morte – per quanto accompagnato da chi si prende cura di te –, è la solitudine che accompagna la morte, nel momento supremo, ed è la solitudine che la segue. Non sono possibili le condoglianze, se non per telefono o per messaggi. Non sono ammesse celebrazioni. Il lutto non può nemmeno essere celebrato e condiviso, anche nella fede comune. Il Covid-19 è un’esperienza di morte anche per chi non ne muore. Non sai mai quando il virus interromperà la sua corsa, a quale sintomo si fermerà. L’odiato e invisibile nemico è sempre in agguato. E poi senti o intuisci degli altri che muoiono, intorno a te. La morte è lì. Dovrebbe essere sempre così, nella vita, ma lo dimentichiamo tanto facilmente! Vedi gli altri morire intorno a te e ti chiedi: toccherà anche a me? Quando?

E poi ti domandi: perché l’altro e non me? E perché sono stato colpito io e non l’altro? Insieme a questi, sorgono molti altri interrogativi, che riguardano il contagio, il prima e il dopo: ho rischiato certo, nel continuare la mia vita normale quando già l’allarme circolava, e il mio è stato un rischio prudente? Sono momenti che ti costringono, più o meno lucidamente, a un nuovo rapporto con l’altro, nel quale si alternano momenti di gratitudine immensa – basta pensare a chi si prende cura di te, spesso rischiando per sé – e di comunione profonda e altri di lotta e di incomprensione, di stanchezza e di fatica. Il Covid-19 è un’esperienza mortale perché ti colpisce in forme che hanno a che vedere con le esperienze più semplici della vita: il calore del corpo, nella febbre, e poi i dolori diffusi, la tosse, le difficoltà respiratorie, la nausea, l’inappetenza, la diarrea… Il virus tocca l’atto del respirare e del mangiare, insidiandoti nel tuo rapporto con le cose e con il mondo e colpendo l’intimo più profondo del tuo corpo. Si insinua in te, ingaggiando una lotta mortale, colpo su colpo, corpo a corpo. Tutte queste esperienze di patimento e di morte, per noi credenti, e per ciascuno a modo suo, sono un modo per vivere la passione di Gesù, stando in comunione con Lui. Il Getsemani, il dolore che lacera il corpo, la solitudine della croce, l’impossibilità di condividere e comunicare con gli altri, l’incomprensione, il “sentirti fuori”, come scartato ed emarginato da una comunità che ringrazia, canta e loda, perché in quel momento tu non puoi farlo.

«Un modo, per noi credenti, di vivere la passione di Gesù rimanendo in comunione con lui» «Dopo arriva il sabato santo, il tempo dell’attesa.  Lasciarsi istruire da ciò che si patisce»

Certo, la croce di Gesù è anche altro, perché è la morte del Figlio di Dio offerta per amore di coloro che lo rifiutano, ma è proprio nell’umanità del Figlio che ciascuno di noi ritrova la propria morte. C’è poi il sabato santo. È il tempo dell’attesa, per noi credenti. C’è un sabato santo anche nel Covid-19. È l’attesa di una guarigione, che desideri con tutto te stesso e che puoi perfino favorire, ma che, radicalmente, non dipende da te. Puoi solo attenderla, sperarla, senza sapere a priori che ci sarà un lieto fine. Il sabato santo, nella liturgia, è per eccellenza un tempo di attesa e dunque di pazienza. Non c’è nulla di più importante, per un paziente, che la virtù della pazienza. Come dice la lettera agli Ebrei (5,8), in un bellissimo passo che è riferito a Gesù, il Figlio, e dice la verità di ogni figlio dell’uomo, la pazienza è lasciarsi istruire da ciò che si patisce. Lasciarsi istruire è sapere attendere, apprendere di apprendere da quanto ti accade e tu non comprendi e non accetti. Lasciarsi istruire, cioè pazientare, è non precipitare, non demordere, non scoraggiarsi, resistere, darsi tempo e dare tempo. Nell’attesa, tu dai tempo all’altro, di cui ti fidi, e sai di essere nelle mani dell’Altro, in cui hai riposto ogni confidenza, anche nel tempo della notte, il tempo della prova per eccellenza. C’è, in fine, il giorno della Pasqua. È la scoperta che quel sepolcro vuoto non dice un’assenza, ma rivela una forma di presenza, nuova, sorprendente e indeducibile. «Pace a voi», dice Gesù, guardando dritto negli occhi i suoi discepoli, ancora tutti spaventati, intimoriti, confusi e incerti.

Pasqua è il grido che squarcia il silenzio, è la lama di luce che taglia la notte, è il risveglio che supera il sonno, è la rinascita che va oltre la morte. La resurrezione è il canto di gioia dopo il lamento funebre, è la vita che esplode, è il corpo che rinasce, trasformato, pur conservando i segni antichi, anche della passione e della morte. Quando, nel Covid-19, inizia il lento processo della guarigione, tu lo senti che il corpo si risveglia e si ridesta a nuova vita, ancor prima che le analisi te lo certifichino, ma hai quasi paura a dirlo. Potrebbe essere una illusione o un falso allarme. Devi attendere. È il tuo corpo che guarisce, ma la tua guarigione è un dono. Altri hanno lottato con e per te. Per questo la guarigione è un’esperienza di grazia. Niente sarà più come prima. Potrai tornare a gustare le cose che un tempo vivevi come scontate e dovute. Tu che guarisci, sai bene, tuttavia, che la guarigione, che pure nel Vangelo è uno dei segni della salvezza, non coincide con essa. Per quanto tu sia guarito, sai che ancora ti aspetterà la morte, anche se non sai né quando né come. Sappiamo bene, infine, che non tutti guariscono: c’è una speranza anche per loro? Proprio qui il credente è chiamato a riconoscere che, al di à della guarigione, egli attende altro. La resurrezione di Gesù è più di un semplice risveglio. Non è un ritorno alla condizione di prima. È il compimento di una promessa, è l’anticipo che ci dona di partecipare alla vita di colui che è la nostra primizia. Nella fede, camminando lungo il tempo difficile della storia, il credente attende il soffio di una vita piena, che è Dono, attende una pienezza che compie ogni suo desiderio, attende una comunione e una fraternità che riconfigureranno tutti i legami perduti, in un nuovo cielo e una nuova terra. In questa fede, il cristiano attende la Gerusalemme celeste, sperando il compimento che non avrà fine, quando sarà la fine.

 

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