«La messa di Natale? Non è questione di orari, ma di fede». Il dibattito sulle festività in tempo di Covid

La celebrazione di quest’anno riporta al centro il tema delle relazioni spirituali
e ci invita a passare dal kronos (il tempo degli uomini) al kairos ( il tempo della Grazia di Dio)

di Padre Enzo Fortunato, neo cardinale

 

In queste ore si sta consumando un confronto: la messa di Natale tra chi la vuole a mezzanotte e chi propone di anticiparla. Ascolteremo sicuramente e seguiremo le decisioni sagge che la Conferenza episcopale ci donerà. Ci vengono incontro alcune suggestioni per comprendere la quaestio profonda della celebrazione del Natale.

La prima. Il Natale prende spunto dalla festa dei Saturnalia e del Natalis Solis Invicti, che i Romani erano soliti celebrare durante il periodo del solstizio d’inverno in onore del dio Mitra. Quando il cristianesimo fece breccia nel cuore di Roma, la politica decise di far combaciare le due festività, quella pagana con quella della nascita di Gesù, in modo tale che progressivamente il cristianesimo avrebbe sostituito il paganesimo. Gli attributi solari furono anche il simbolo per alludere a Cristo come la corona radiata del Sol Invictus o, in alcuni casi, il carro solare.

L’altra suggestione che può aiutarci è che non è questione di orario, ma di fede. Non possiamo non soffermarci sulla bellissima differenza che viene posta nei Vangeli, tra kronos e kairos. Due sostantivi che di fatto aprono spesso, se non quasi sempre, i racconti evangelici, «in quel tempo». Nelle Sacre scritture il tempo si pone dinanzi a noi con una duplice valenza, appunto kronos e kairos: dal tempo che scorre a tempo di grazia, il momento in cui si incontra il Signore. Quindi la celebrazione, al di là dell’orario, del kronos, è chiamata ad essere soprattutto tempo di grazia, quindi kairos.

L’invito è a un cuore che si lascia abitare da Dio. Un ultimo aspetto. Da più di dieci anni, il Papa celebra la messa di Natale tra le 21.30 e le 22, e in migliaia di parrocchie gli orari variano dalle 21 alle 24. La messa vespertina (dopo il tramonto, richiamandosi al modo degli ebrei di computare il giorno: da un tramonto all’altro, e non da mezzanotte a mezzanotte) vale anche per il giorno di Natale. Fu introdotta da due decreti di Pio XII per dare l’opportunità di avvicinarsi a Dio a tante persone che per i più svariati motivi non potevano, e non possono, partecipare alla Messa celebrata al mattino presto.

Infine, attingendo dalla fede di san Francesco d’Assisi, l’inventore del presepe, possiamo dire che a Greccio, con la sua rappresentazione, Francesco ci fece capire che non era necessario andare fino in Terrasanta per toccare i luoghi di Cristo. Non è tanto questione di luogo geografico ma di luogo esistenziale: Betlemme è ovunque, anche nel cuore dell’uomo, proprio dove il Santo voleva che nascesse Gesù. Come racconta Tommaso da Celano: «E narrasi ancora come vedesse realmente il bambino nella mangiatoia, scuotersi come da un sonno tanto dolce e venirgli ad accarezzare il volto. […] Un cavaliere di grande virtù, il signore “Giovanni da Greccio” asserì di aver visto quella notte un bellissimo bambinello dormire in quel presepio ed il Santo Padre Francesco stringerlo al petto con tutte e due le braccia».

Al di là di tutto, ci vengono incontro i versi poetici del celebre drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, che scrisse: «Oggi siamo seduti, alla vigilia di Natale, noi, gente misera, in una gelida stanzetta, il vento corre di fuori, il vento entra. Vieni, buon Signore Gesù, da noi, volgi lo sguardo: perché Tu ci sei davvero necessario».