Venerdì 20 Aprile 2018
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Il Sinodo: evento spirituale, di chiamata e di conversione personale ed ecclesiale

Mons. Luca Bressan

Presidente della Commissione di coordinamento Sinodo “Chiesa dalle genti” - Vicario episcopale Arcidiocesi di Milano

Siamo nel momento cruciale e più generativo del sinodo diocesano: l’apparente silenzio della macchina sinodale è la cornice che dà spazio al suono prodotto dal fitto lavoro delle tante realtà ecclesiali che in modo capillare stanno trasformando l’annuncio e il discorso (la visione di una “Chiesa dalle genti”) in realtà, in carne ed ossa. Alcuni segnali raccolti muovendomi in Diocesi proprio per osservare tutto questo lavoro – e per imparare da esso – ci rimandano alcune constatazioni che rilancio come risorsa.

Sono impressionato anzitutto dalle energie e dalla disponibilità che i territori e i diversi soggetti ecclesiali stanno manifestando. Penso sia corretto leggere questo dato come un primo “miracolo”: l’indizione del Sinodo ha consentito al corpo ecclesiale di scoprire delle energie e delle risorse che nessuno di noi pensava avessimo. Se il frutto fosse già soltanto la capacità di attivare in ogni decanato un luogo in cui leggere e interpretare i segni delle trasformazioni che stiamo vivendo come Chiesa diocesana, sarebbe sicuramente un grande risultato! Ci troviamo dentro un corpo ecclesiale che sta reagendo in modo positivo, che sta entrando nel processo sinodale vivendo come un evento spirituale, di chiamata e di conversione personale ed ecclesiale.

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Presbiteri e cammino sinodale

sinodologo2Il cammino sinodale sulla “Chiesa dalle genti” si intensifica ogni giorno di più. Anche l’ultima sessione del consiglio presbiterale, tenutasi martedì 13 febbraio a Seveso, ha dedicato uno spazio formativo rilevante al tema del sinodo minore. Alcune testimonianze hanno aiutato a comprendere meglio la responsabilità dei presbiteri. Si tratta di maturare scelte molto concrete e coraggiose: come includere nei percorsi di iniziazione cristiana, nella pastorale famigliare, giovanile e vocazionale, nell’animazione liturgica i numerosi fedeli, presenti ormai sui nostri territori da più generazioni e portatori di tradizioni spirituali diverse? Il processo del meticciato di culture, in atto nella società, riguarda con tutta evidenza anche la Chiesa ambrosiana. Padre Dionysios, ieromonaco dell’arcidiocesi ortodossa di Italia ha ricordato ai consiglieri il senso del suo impegno di presbitero, alimentato da una profonda spiritualità monastica, nella cura degli immigrati ortodossi: sa che i loro fedeli per vivere in serenità il loro lavoro da noi hanno bisogno di trovare nel sacerdote e nel culto un punto di riferimento sicuro per la propria “identità in relazione”. Anche la testimonianza di suor Elsy, appartenente ad una congregazione messicana, presente nella nostra diocesi ormai da 20 anni ha colpito molto. Ha raccontato le fatiche di inserirsi in una cultura tanto diversa dalla sua, ma ha anche testimoniato l’accoglienza sincera del clero milanese che l’ha aiutata con generosità nel suo lavoro. Infine, padre René Manenti, scalabriniano, parroco a santa Maria del Carmine e della parrocchia di san Carlo per i fedeli di lingua inglese ha indicato il percorso di un “noi” ecclesiale che includa le differenze senza dissolverle, come occasione per tutti di conversione all’amore inclusivo di Dio Trinità. Ecco ciò che sta diventando più evidente per tutti in questo cammino sinodale: lavorare per una Chiesa dalle Genti vuol dire avere il coraggio di un percorso più profondo di conversione a Colui che, “innalzato da terra”, attira tutti a sé.

+ Paolo Martinelli, Vescovo e Vicario episcopale

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Sinodo minore “Chiesa dalle genti”. La fase di ascolto: passi semplici e gesti impegnativi

Di mons. Luca Bressan Presidente della Commissione di coordinamento Sinodo “Chiesa dalle genti” - Vicario episcopale Arcidiocesi di Milanosinodologo

Con la pubblicazione delle tracce per la condivisione, il Sinodo minore è entrato in un momento cruciale del suo percorso. La fase di ascolto ha a disposizione tutti gli strumenti (testo guida + tracce) utili a dare vita a un grande e costruttivo dibattito. Attori da coinvolgere: il corpo ecclesiale, nelle sue diverse figure (consigli pastorali, ministri ordinati e consacrati, giovani, operatori della carità), ma anche tutte le persone che desiderano misurarsi con le domande che la Diocesi di Milano si sta ponendo, proprio perché ne condividono il carattere di urgenza e la capacità di futuro (mondo della scuola, amministratori locali, servizi territoriali rivolti alla persona).

Dal grado di coinvolgimento e dalla qualità dell’ascolto che avremo saputo creare dipenderà l’esito del percorso sinodale. Perché sia, come l’Arcivescovo ci ha chiesto, un evento di popolo, occorre che questa fase sia curata e molto diffusa: solo così potremo giungere al successivo momento di costruzione e definizione delle proposte sicuri che i discorsi che intavoleremo non sono il frutto delle convinzioni di pochi ma l’esito di un sicuro processo di ascolto del “fiuto” del popolo di Dio (sensus fidei).

Essere Chiesa dalle genti: per giungere a realizzare un simile cammino di conversione occorre in questa fase di ascolto miscelare allo stesso tempo gesti impegnativi e passi abbastanza semplici. Gesti impegnativi: è necessario scegliere di vedere, come dice il documento preparatorio, oltre la superficie del quotidiano, le gesta di Dio che si stanno realizzando dentro situazioni e avvenimenti che a prima vista ci appaiono non chiari e non facili da affrontare. Passi abbastanza semplici: basta iniziare ad impegnarsi in questo ascolto, e subito ci accorgeremo che sono tanti i percorsi di conversione già avviati e i sentieri intrapresi.

La Chiesa dalle genti è già tra noi: il difficile è riuscire a vederla, superando le paure e le stanchezze che come un velo ci coprono gli occhi, impedendoci di contemplare ciò che lo Spirito santo già opera dentro le nostre vite.

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«“CHIESA DALLE GENTI”, TUTTI DEVONO SENTIRSI PROTAGONISTI»

Intervista a mons Luca Bressan, vicario episcopale

Qual è il senso di questo primo appuntamento?

È quello di avviare in modo capillare il Sinodo. La Commissione si è incontrata e ha elaborato un testo che nella celebrazione del 14 gennaio verrà consegnato a tutta la Diocesi perché si avvii quello che è il momento reale del Sinodo. Poi ci sarà un confronto e un ascolto che permetterà man mano di raccogliere ciò che il popolo di Dio sta vivendo riguardo al tema delle migrazioni e soprattutto della «Chiesa dalle genti».

A chi sarà consegnato il testo-guida?

In modo ufficiale ai membri del Consiglio presbiterale e pastorale diocesani, ai Decani e ai Consigli pastorali decanali, ma abbiamo invitato anche i rappresentanti dei Consigli pastorali parrocchiali perché ci aspettiamo che la discussione sia il più possibile capillare. Aspettiamo anche le comunità dei migranti, rappresentanze delle associazioni e dei movimenti ecclesiali. Anche il Consiglio delle Chiese cristiane di Milano è stato invitato a confrontarsi su come essere Chiesa dalle genti. A tutti chiediamo di riflettere in modo esplicito sul tema. Tutti devono sentirsi protagonisti del Sinodo.

L’Instrumentum laboris quali aspetti tocca in particolare? Su cosa dovranno riflettere i sinodali?

Il documento anzitutto ha una valenza teologica, ci ricorda che effettivamente c’è un disegno universale che noi abbiamo visto in Gesù Cristo, ma anche dalla creazione e dalla raccolta di popoli dentro cui la Chiesa si colloca dando testimonianza. Lo sfondo teologico è il contesto giusto per leggere la trasformazione che in effetti va inquadrata, ed è il secondo punto, quindi l’aspetto più culturale e antropologico, perché comprende anche le fatiche che facciamo e le paure che abbiamo, fino ad arrivare al momento pastorale vero e proprio, che sta a cuore al Sinodo. Si tratta di capire come cambia la Chiesa, questa Chiesa dalle genti, anzitutto imparando a condividere la nostra fede con i migranti cattolici che arrivano da noi, quindi come cambiano anche la pastorale e gli oratori. Cambia anche l’ecumenismo, perché oggi abbiamo tanti ortodossi nelle chiese parrocchiali: con loro non si tratta semplicemente di condividere servizi e prestazioni, piuttosto dobbiamo chiederci come questo interroga la nostra fede e ci rende più maturi come cristiani cattolici.

Lei vede dei rischi sulla terminologia o sullo scopo stesso di questo Sinodo?

Non tanti perché c’è molta attesa. Come dice il testo, il cambiamento culturale ci interroga al di là dei migranti, per cui l’occasione del confronto sul fenomeno dell’immigrazione diventa il luogo per trarre energie per capire come rimanere cattolici ambrosiani nel momento in cui la cultura rende difficile la traduzione della fede anche ai nostri figli e alle nuove generazioni. Oggi la trasmissione della fede è diventata faticosa. Il Sinodo è quindi l’occasione, da parte di tutti, per imparare la speranza, respirare speranza e trasmettere speranza.

Per questo Sinodo è stato scelto anche un simbolo?

Sì, ci sarà una croce, perché da una parte ci vogliamo ritrovare, come termine del Sinodo minore, nella festa di San Carlo, girando la Diocesi con la croce, proprio per segnare questa attrazione della croce di Cristo che chiama a sé tutte le genti. Dall’altra parte la croce è realizzata attraverso l’innesto di cinque tavole di legno che vengono dai cinque continenti per significare l’idea che la Chiesa raccoglie genti da tutta la terra.

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