Venerdì 20 Aprile 2018
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Domenica di Pasqua Omelia di S.E. mons. Del Pini

pasqua

Disponibili a scrivere un’altra storia

È possibile una storia nuova?

È dunque possibile una storia nuova? È possibile che uomini e donne in carne e ossa possano vivere una storia giusta, invece che sbagliata? Una storia di pace invece che di guerre? Una storia di speranza invece che di disperazione?

L’annuncio dell’accadimento inaudito della risurrezione di Gesù è la possibilità di una storia nuova o soltanto la rassicurazione che poi, alla fin fine, le cose andranno a finire bene?

Certo che sarebbe bello! Certo che sembra diffusa quell’aspettativa che talora si permette di sognare un mondo diverso, una fraternità che rende più facili i rapporti, una società dove sia più abituale e “naturale” che le cose vadano bene invece che male. Ma è un sogno per consolarsi o una possibilità alla quale dedicarsi?

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Omelia di S.E. mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano Veglia pasquale 2018

Voci di angeli, voci di donne: la Chiesa del nuovo iniziopasqua18

Il disagio di visitare le tombe.

C’è ancora una parola da dire a questa umanità stanca e rassegnata? C’è ancora qualche cosa da dire alle povere donne che vanno a onorare il figlio morto, l’amico morto, il maestro morto? C’è ancora qualche forma di conforto nel condividere il lutto, nel piangere insieme? Non è forse meglio disertare i sepolcri, lasciar perdere i riti funebri? Non è forse più saggia e conseguente la consuetudine contemporanea che censura la morte, che sbriga quanto prima le pratiche doverose per gli adempimenti prescritti, che sottrae allo sguardo dei familiari i corpi dei cari defunti come fossero uno spettacolo indecente? Non è forse più pratico e più coerente distrarsi e dedicarsi a qualche cosa di più utile, di più produttivo e di meno deprimente del visitare le tombe? Se l’ultimo, ineluttabile destino è il nulla, non è più sensato dedicarsi alle cose penultime?

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Omelia dell’arcivescovo alla via crucis zonale del 9 marzo

viacruciszona4Forse si può definire questo nostro tempo, questa nostra città, questa nostra generazione come una generazione “senza”. Si potrebbe dire anche che, allo sguardo superficiale, la città appare come una terra privilegiata, dove si offrono innumerevoli possibilità e si ammirano i frutti sorprendenti dell’epoca moderna. Ma, nella città in cui non manca niente, abita una “generazione senza”. Una generazione, come dicono, senza futuro, una città senza figli, un popolo senza gioia, una società senza Dio». Noi tutti sembriamo essere «il popolo delle lamentazioni», sia che se ne abbiano le ragioni, sia che non vi siamo motivazioni reali. E, poi, sotto lo stesso cielo abitano i discepoli del Signore spesso lamentosi, osserva Delpini, «forse perché anche i cristiani si riconoscono nella “generazione senza”».

Ma è appunto la contemplazione della dolorosa passione di Gesù «che non si è mai lamentato», a provocare la domanda su quale sia il messaggio da portare a questo coro di voci infelici «che intristisce la città».

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Omelia dell’arcivescovo alla via crucis zonale del 13 marzo

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Per riunire i figli di Dio che erano dispersi invocando il dono dello Spirito Santo

1.           Non basta…

Non basta che l’universo canti le sue meraviglie, non basta che il mondo ti parli di una provvidenza premurosa che ogni giorno ti nutre, di una bellezza che ogni giorno ti commuove, di una fecondità che ogni giorno semina il futuro?

Non basta che ogni cosa sia stata creata nel Verbo per convincerti che la volontà del Padre è che tu sia felice? Ancora non basta!

Non basta che il Verbo si sia fatto carne, per essere presenza amica nella fatica dei giorni e nell’esultanza della festa?

Non basta che il Figlio dell’uomo, il Figlio di Dio abbia vissuto miseria e solitudine, abbia visitato malattia e schiavitù per rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?

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Omelia dell’arcivescovo alla via crucis zonale del 2 marzo

Per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi - VIVERE DI OBBEDIENZA

viacruciszona3Vivono, uomini e donne del mio tempo, come trascinati dalle circostanze. Li spinge la torrente irresistibile del tempo. Ora sono sulla cresta dell’onda ora invece inghiottiti dal vortice. Non possono farci niente – dicono uomini e donne del mio tempo – così è la vita, così sono le circostanze. “Mi è capitato. Mi sono innamorato. Non posso farci niente”; “Non ti amo più, non sento più niente per te. Mi è capitato. Non posso farci niente”. Vanno qua e là – uomini e donne del mio tempo – senza poter scegliere la direzione, espropriati di ogni speranza, forse persino di ogni libertà, a parte quella di accontentare o no qualche capriccio, di decidere di piccole decisioni, minuzie che non cambiano niente per nessuno, ma danno la sensazione di poter fare quello che uno vuole, almeno stasera, almeno fino a domani.

Ecco: ci sono uomini e donne che vivono come rassegnati al destino.

Vivono, uomini e donne del mio tempo, come protagonisti audaci della loro storia. Programmano, fanno calcoli, raccolgono informazioni, scrivono tabelle in cui si prevede che cosa succederà e loro perciò decidono la strada da percorre. Hanno aspirazioni e si impegnano per realizzarle: corrono, per essere primi, spintonano gli altri, per trarre vantaggio dalle opportunità. Si sentono protagonisti della storia e capaci di dominare le circostanze. Sono decisi, sono volitivi, sanno di avere qualità, sono scientifici e ritengono realizzabili i loro progetti. Si innervosiscono di ritardi e di intralci. Se un progetto fallisce è colpa di qualcuno, ma non si riconoscono sconfitti: aggrediscono ancora la vita e cercano di piegarla nella direzione giusta.

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