Venerdì 20 Luglio 2018
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La Chiesa dalle genti è già in atto

sinodologoPaolo Martinelli, Vescovo e Vicario episcopale

È impressionante leggere le numerose risposte ai questionari sul Sinodo minore arrivate alla commissione di coordinamento in questi giorni. Singoli o gruppi (consigli pastorali, gruppi di presbiteri, associazioni e movimenti, frati e suore, amministratori comunali, etc) hanno fatto pervenire tante osservazioni, analisi e proposte. Per quanto sia sentito diversamente, tutti riconoscono l’importanza del tema: essere Chiesa dalle genti, vivere la comunione tra fedeli che provengono da culture e nazioni diverse è davvero una grande sfida per l’evangelizzazione e un contributo decisivo alla società plurale. Questo percorso può rinnovare il nostro modo di essere comunità, di vivere le celebrazioni liturgiche, fare catechesi, pastorale familiare e giovanile, farci riscoprire la pietà popolare, etc. Ci vorrà del tempo perché nei nostri ambienti si consolidino prassi nuove. Tuttavia, si possono riconoscere luoghi e relazioni che sono già un “laboratorio” per una Chiesa effettivamente dalle genti. Sono i luoghi dove l’umano si fa più stringente: ad esempio le scuole, dove i ragazzi si incontrano quotidianamente. Le scuole cattoliche e di inspirazione cristiana possono essere esperienze pilota, mostrando la ricchezza di percorsi educativi capaci di includere le differenze come valore. Decisivi sono anche i luoghi di cura, dove spesso si trovano tra il personale sanitario appartenenze culturali molto diverse. Anche questi centri sono segnati spesso dalla ispirazione cristiana. Non di rado scuole e ospedali sono legati a carismi di vita consacrata. Ecco un altro laboratorio per la Chiesa dalle genti! Nella nostra diocesi molte comunità religiose sono composte da persone di nazioni diverse; danno vita a vere e proprie comunità interculturali, in cui si impara, non senza fatica, ad accogliersi vicendevolmente, lavorando insieme per la vita buona del Vangelo. È un fenomeno nuovo, che va guidato e valorizzato; può essere di stimolo per tutti. A ben vedere la Chiesa dalle genti è già in atto.

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Domenica di Pasqua Omelia di S.E. mons. Del Pini

pasqua

Disponibili a scrivere un’altra storia

È possibile una storia nuova?

È dunque possibile una storia nuova? È possibile che uomini e donne in carne e ossa possano vivere una storia giusta, invece che sbagliata? Una storia di pace invece che di guerre? Una storia di speranza invece che di disperazione?

L’annuncio dell’accadimento inaudito della risurrezione di Gesù è la possibilità di una storia nuova o soltanto la rassicurazione che poi, alla fin fine, le cose andranno a finire bene?

Certo che sarebbe bello! Certo che sembra diffusa quell’aspettativa che talora si permette di sognare un mondo diverso, una fraternità che rende più facili i rapporti, una società dove sia più abituale e “naturale” che le cose vadano bene invece che male. Ma è un sogno per consolarsi o una possibilità alla quale dedicarsi?

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Omelia dell’arcivescovo alla via crucis zonale del 13 marzo

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Per riunire i figli di Dio che erano dispersi invocando il dono dello Spirito Santo

1.           Non basta…

Non basta che l’universo canti le sue meraviglie, non basta che il mondo ti parli di una provvidenza premurosa che ogni giorno ti nutre, di una bellezza che ogni giorno ti commuove, di una fecondità che ogni giorno semina il futuro?

Non basta che ogni cosa sia stata creata nel Verbo per convincerti che la volontà del Padre è che tu sia felice? Ancora non basta!

Non basta che il Verbo si sia fatto carne, per essere presenza amica nella fatica dei giorni e nell’esultanza della festa?

Non basta che il Figlio dell’uomo, il Figlio di Dio abbia vissuto miseria e solitudine, abbia visitato malattia e schiavitù per rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?

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Omelia di S.E. mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano Veglia pasquale 2018

Voci di angeli, voci di donne: la Chiesa del nuovo iniziopasqua18

Il disagio di visitare le tombe.

C’è ancora una parola da dire a questa umanità stanca e rassegnata? C’è ancora qualche cosa da dire alle povere donne che vanno a onorare il figlio morto, l’amico morto, il maestro morto? C’è ancora qualche forma di conforto nel condividere il lutto, nel piangere insieme? Non è forse meglio disertare i sepolcri, lasciar perdere i riti funebri? Non è forse più saggia e conseguente la consuetudine contemporanea che censura la morte, che sbriga quanto prima le pratiche doverose per gli adempimenti prescritti, che sottrae allo sguardo dei familiari i corpi dei cari defunti come fossero uno spettacolo indecente? Non è forse più pratico e più coerente distrarsi e dedicarsi a qualche cosa di più utile, di più produttivo e di meno deprimente del visitare le tombe? Se l’ultimo, ineluttabile destino è il nulla, non è più sensato dedicarsi alle cose penultime?

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Omelia dell’arcivescovo alla via crucis zonale del 9 marzo

viacruciszona4Forse si può definire questo nostro tempo, questa nostra città, questa nostra generazione come una generazione “senza”. Si potrebbe dire anche che, allo sguardo superficiale, la città appare come una terra privilegiata, dove si offrono innumerevoli possibilità e si ammirano i frutti sorprendenti dell’epoca moderna. Ma, nella città in cui non manca niente, abita una “generazione senza”. Una generazione, come dicono, senza futuro, una città senza figli, un popolo senza gioia, una società senza Dio». Noi tutti sembriamo essere «il popolo delle lamentazioni», sia che se ne abbiano le ragioni, sia che non vi siamo motivazioni reali. E, poi, sotto lo stesso cielo abitano i discepoli del Signore spesso lamentosi, osserva Delpini, «forse perché anche i cristiani si riconoscono nella “generazione senza”».

Ma è appunto la contemplazione della dolorosa passione di Gesù «che non si è mai lamentato», a provocare la domanda su quale sia il messaggio da portare a questo coro di voci infelici «che intristisce la città».

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