Venerdì 20 Luglio 2018
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librifrancesco«Non aver paura» della «santità della porta accanto» è l’imperativo che fa da sfondo alla terza esortazione apostolica di papa Francesco – dopo l’Evangelii Gaudium e l’Amoris Laetitia Gaudete et Exsultate.

«Per un cristiano non è possibile pensare alla propria missione sulla terra senza concepirla come un cammino di santità», scrive il Papa, spiegando che i santi non sono solo «quelli già beatificati e canonizzati», ma il «popolo» di Dio, cioè ognuno di noi, che può vivere la santità come un itinerario fatto di «piccoli gesti» quotidiani. «La santità è il volto più bello della Chiesa», afferma Francesco, che sulla scorta di san Giovanni Paolo II ricorda che «anche fuori della Chiesa cattolica e in ambiti molto differenti lo Spirito suscita segni della sua presenza», come dimostra la testimonianza dei martiri, «divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti».

«Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente – scrive il Papa -. Nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante». È questa la «santità della porta accanto», la tesi del Papa, che elogia anche il «genio femminile» che «si manifesta in stili femminili di santità, indispensabili per riflettere la santità di Dio in questo mondo». Francesco cita Ildegarda di Bingen, Brigida, Caterina da Siena, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, Edith Stein, per sottolineare che «anche in epoche nelle quali le donne furono maggiormente escluse, lo Spirito Santo ha suscitato sante il cui fascino ha provocato nuovi dinamismi spirituali e importanti riforme nella Chiesa». Ma la storia della Chiesa, sottolinea il Papa, la fanno anche «tante donne sconosciute o dimenticate le quali, ciascuna a modo suo, hanno sostenuto e trasformato famiglie e comunità con la forza della loro testimonianza».

«Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio: lo scrive il Papa nella Gaudete et Exsultate, in cui esorta a «vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione» e a fuggire «la tentazione di relegare la dedizione pastorale e l’impegno nel mondo a un posto secondario, come se fossero “distrazioni” nel cammino della santificazione e della pace interiore». No, quindi, alla «ansietà», all’“«orgoglio», alla «necessità di apparire e di dominare»: in un mondo in cui «tutto si riempie di parole, di piaceri epidermici e di rumori a una velocità sempre crescente», bisogna «fermare questa corsa febbrile» per recuperare, attraverso il silenzio, «uno spazio personale» e «guardare in faccia la verità di noi stessi, per lasciarla invadere dal Signore».

L’altra tendenza stigmatizzata dal Papa è quella ad «assolutizzare il tempo libero, nel quale possiamo utilizzare senza limiti quei dispositivi che ci offrono divertimento e piaceri effimeri».

«Un immanentismo antropocentrico travestito da verità cattolica». Un «elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare». Così il Papa, nella Gaudete et Exsultate, definisce lo gnosticismo, pericolo da evitare insieme al suo opposto: il pelagianesimo. «Non mi riferisco ai razionalisti nemici della fede cristiana», precisa Francesco a proposito del «fascino ingannevole», intriso di «vanitosa superficialità», che caratterizza la prima eresia: «Questo può accadere dentro la Chiesa, tanto tra i laici delle parrocchie quanto tra coloro che insegnano filosofia o teologia in centri di formazione», che «assolutizzano le proprie teorie e obbligano gli altri a sottomettersi ai propri ragionamenti» e pretendono «di ridurre l’insegnamento di Gesù a una logica fredda e dura che cerca di dominare tutto». «Anche qualora l’esistenza di qualcuno sia stata un disastro, anche quando lo vediamo distrutto dai vizi o dalle dipendenze, Dio è presente nella sua vita – ammonisce il Papa -. Se ci lasciamo guidare dallo Spirito più che dai nostri ragionamenti, possiamo e dobbiamo cercare il Signore in ogni vita umana». «Non possiamo pretendere che il nostro modo» di intendere la verità «ci autorizzi a esercitare un controllo stretto sulla vita degli altri», denuncia il Papa ricordando che «nella Chiesa convivono legittimamente modi diversi di interpretare molti aspetti della dottrina e della vita cristiana che, nella loro verità, aiutano ad esplicitare meglio il ricchissimo tesoro della Parola». No, allora, alla «pericolosa confusione» che consiste nel «credere che, poiché sappiamo qualcosa o possiamo spiegarlo con una certa logica, già siamo santi, perfetti, migliori della “massa ignorante”», ammoniva già Giovanni Paolo II, mettendo in guardia dalla «tentazione di sviluppare un certo sentimento di superiorità rispetto agli altri fedeli».benedice

«Non siamo giustificati dalle nostre opere o dai nostri sforzi, ma dalla grazia del Signore che prende l’iniziativa». Nella Gaudete et Exsultate il Papa cita i padri della Chiesa per mettere in guardia dall’altra eresia antica che, insieme allo gnosticismo, minaccia ancora oggi la vita della Chiesa: il pelagianesimo. I nuovi pelagiani, spiega Francesco, sono coloro che credono nella «giustificazione mediante le proprie forze», dando luogo a un «autocompiacimento egocentrico ed elitario» e si manifesta «in molti atteggiamenti apparentemente diversi tra loro: l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e il prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale». «Molte volte, contro l’impulso dello Spirito, la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in possesso di pochi», la denuncia di Francesco, secondo il quale questo accade quando «alcuni gruppi cristiani danno eccessiva importanza all’osservanza di determinate norme proprie, di costumi o stili». In questo modo, «gruppi, movimenti e comunità», che «tante volte iniziano con un’intensa vita nello Spirito, poi finiscono fossilizzati o corrotti». «Esiste una gerarchia delle virtù, che ci invita a cercare l’essenziale», scrive il Papa a proposito della «pienezza» della fede cristiana, che si può riassumere «in un solo precetto: Amerai il prossimo come te stesso». «In mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni – l’immagine scelta da Francesco – Gesù apre una breccia che permette di distinguere due volti, quello del Padre e quello del fratello. Perché in ogni fratello, specialmente nel più piccolo, fragile, indifeso e bisognoso, è presente l’immagine stessa di Dio. Con gli scarti di questa umanità vulnerabile, alla fine del tempo, il Signore plasmerà la sua ultima opera d’arte».

«Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità. Questo è essere cristiani!»: nel terzo capitolo della Gaudete et Exsultate, il Papa si sofferma ancora una volta sullo spirito delle beatitudini come la Magna Charta del cristiano, e traccia così l’identikit della santità: «Saper piangere con gli altri. Cercare la giustizia con fame e sete. Guardare e agire con misericordia. Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore. Seminare pace intorno a noi. Accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri i problemi». La grande regola di comportamento del cristiano, in base alla quale saremo giudicati, è quella racchiusa nel Vangelo di Matteo: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi».

La situazione dei migranti non è «marginale», o «un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica». Ad affermarlo è il Papa, che nella Gaudete et Exsultate mette in guardia da «due errori nocivi». Da una parte ci sono quei cristiani che riducono il cristianesimo a una «sorta di Ong», separando le esigenze del Vangelo «dalla propria relazione personale con il Signore». «Nocivo e ideologico – aggiunge però il Papa – è anche l’errore di quanti vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista. O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se

«Non aver paura» della «santità della porta accanto» è l’imperativo che fa da sfondo alla terza esortazione apostolica di papa Francesco – dopo l’Evangelii Gaudium e l’Amoris Laetitia Gaudete et Exsultate.

«Per un cristiano non è possibile pensare alla propria missione sulla terra senza concepirla come un cammino di santità», scrive il Papa, spiegando che i santi non sono solo «quelli già beatificati e canonizzati», ma il «popolo» di Dio, cioè ognuno di noi, che può vivere la santità come un itinerario fatto di «piccoli gesti» quotidiani. «La santità è il volto più bello della Chiesa», afferma Francesco, che sulla scorta di san Giovanni Paolo II ricorda che «anche fuori della Chiesa cattolica e in ambiti molto differenti lo Spirito suscita segni della sua presenza», come dimostra la testimonianza dei martiri, «divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti».

«Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente – scrive il Papa -. Nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante». È questa la «santità della porta accanto», la tesi del Papa, che elogia anche il «genio femminile» che «si manifesta in stili femminili di santità, indispensabili per riflettere la santità di Dio in questo mondo». Francesco cita Ildegarda di Bingen, Brigida, Caterina da Siena, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, Edith Stein, per sottolineare che «anche in epoche nelle quali le donne furono maggiormente escluse, lo Spirito Santo ha suscitato sante il cui fascino ha provocato nuovi dinamismi spirituali e importanti riforme nella Chiesa». Ma la storia della Chiesa, sottolinea il Papa, la fanno anche «tante donne sconosciute o dimenticate le quali, ciascuna a modo suo, hanno sostenuto e trasformato famiglie e comunità con la forza della loro testimonianza».

«Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio: lo scrive il Papa nella Gaudete et Exsultate, in cui esorta a «vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione» e a fuggire «la tentazione di relegare la dedizione pastorale e l’impegno nel mondo a un posto secondario, come se fossero “distrazioni” nel cammino della santificazione e della pace interiore». No, quindi, alla «ansietà», all’“«orgoglio», alla «necessità di apparire e di dominare»: in un mondo in cui «tutto si riempie di parole, di piaceri epidermici e di rumori a una velocità sempre crescente», bisogna «fermare questa corsa febbrile» per recuperare, attraverso il silenzio, «uno spazio personale» e «guardare in faccia la verità di noi stessi, per lasciarla invadere dal Signore».

L’altra tendenza stigmatizzata dal Papa è quella ad «assolutizzare il tempo libero, nel quale possiamo utilizzare senza limiti quei dispositivi che ci offrono divertimento e piaceri effimeri».

«Un immanentismo antropocentrico travestito da verità cattolica». Un «elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare». Così il Papa, nella Gaudete et Exsultate, definisce lo gnosticismo, pericolo da evitare insieme al suo opposto: il pelagianesimo. «Non mi riferisco ai razionalisti nemici della fede cristiana», precisa Francesco a proposito del «fascino ingannevole», intriso di «vanitosa superficialità», che caratterizza la prima eresia: «Questo può accadere dentro la Chiesa, tanto tra i laici delle parrocchie quanto tra coloro che insegnano filosofia o teologia in centri di formazione», che «assolutizzano le proprie teorie e obbligano gli altri a sottomettersi ai propri ragionamenti» e pretendono «di ridurre l’insegnamento di Gesù a una logica fredda e dura che cerca di dominare tutto». «Anche qualora l’esistenza di qualcuno sia stata un disastro, anche quando lo vediamo distrutto dai vizi o dalle dipendenze, Dio è presente nella sua vita – ammonisce il Papa -. Se ci lasciamo guidare dallo Spirito più che dai nostri ragionamenti, possiamo e dobbiamo cercare il Signore in ogni vita umana». «Non possiamo pretendere che il nostro modo» di intendere la verità «ci autorizzi a esercitare un controllo stretto sulla vita degli altri», denuncia il Papa ricordando che «nella Chiesa convivono legittimamente modi diversi di interpretare molti aspetti della dottrina e della vita cristiana che, nella loro verità, aiutano ad esplicitare meglio il ricchissimo tesoro della Parola». No, allora, alla «pericolosa confusione» che consiste nel «credere che, poiché sappiamo qualcosa o possiamo spiegarlo con una certa logica, già siamo santi, perfetti, migliori della “massa ignorante”», ammoniva già Giovanni Paolo II, mettendo in guardia dalla «tentazione di sviluppare un certo sentimento di superiorità rispetto agli altri fedeli».

«Non siamo giustificati dalle nostre opere o dai nostri sforzi, ma dalla grazia del Signore che prende l’iniziativa». Nella Gaudete et Exsultate il Papa cita i padri della Chiesa per mettere in guardia dall’altra eresia antica che, insieme allo gnosticismo, minaccia ancora oggi la vita della Chiesa: il pelagianesimo. I nuovi pelagiani, spiega Francesco, sono coloro che credono nella «giustificazione mediante le proprie forze», dando luogo a un «autocompiacimento egocentrico ed elitario» e si manifesta «in molti atteggiamenti apparentemente diversi tra loro: l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e il prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale». «Molte volte, contro l’impulso dello Spirito, la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in possesso di pochi», la denuncia di Francesco, secondo il quale questo accade quando «alcuni gruppi cristiani danno eccessiva importanza all’osservanza di determinate norme proprie, di costumi o stili». In questo modo, «gruppi, movimenti e comunità», che «tante volte iniziano con un’intensa vita nello Spirito, poi finiscono fossilizzati o corrotti». «Esiste una gerarchia delle virtù, che ci invita a cercare l’essenziale», scrive il Papa a proposito della «pienezza» della fede cristiana, che si può riassumere «in un solo precetto: Amerai il prossimo come te stesso». «In mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni – l’immagine scelta da Francesco – Gesù apre una breccia che permette di distinguere due volti, quello del Padre e quello del fratello. Perché in ogni fratello, specialmente nel più piccolo, fragile, indifeso e bisognoso, è presente l’immagine stessa di Dio. Con gli scarti di questa umanità vulnerabile, alla fine del tempo, il Signore plasmerà la sua ultima opera d’arte».

«Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità. Questo è essere cristiani!»: nel terzo capitolo della Gaudete et Exsultate, il Papa si sofferma ancora una volta sullo spirito delle beatitudini come la Magna Charta del cristiano, e traccia così l’identikit della santità: «Saper piangere con gli altri. Cercare la giustizia con fame e sete. Guardare e agire con misericordia. Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore. Seminare pace intorno a noi. Accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri i problemi». La grande regola di comportamento del cristiano, in base alla quale saremo giudicati, è quella racchiusa nel Vangelo di Matteo: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi».

La situazione dei migranti non è «marginale», o «un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica». Ad affermarlo è il Papa, che nella Gaudete et Exsultate mette in guardia da «due errori nocivi». Da una parte ci sono quei cristiani che riducono il cristianesimo a una «sorta di Ong», separando le esigenze del Vangelo «dalla propria relazione personale con il Signore». «Nocivo e ideologico – aggiunge però il Papa – è anche l’errore di quanti vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista. O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se interessasse solo una determinata etica o una ragione che essi difendono».

Poi Francesco scende nei dettagli con un esempio concreto: «La difesa dell’innocente che non è nato deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto». «Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale – la denuncia del Papa – sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica». «Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli». «Non si tratta dell’invenzione di un Papa o di un delirio passeggero», precisa Francesco, che cita l’Esodo sul forestiero: “Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi: tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto”. L’invito da raccogliere è inoltre quello del profeta Isaia, che spiega come ciò che è gradito a Dio «consiste nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti».

(continua)

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