Mercoledì 13 Dicembre 2017
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avvento2017IIIMa che cosa avete imparato dalla storia, voi del ’51?

omelia dell’Arcivescovo nella terza domenica di Avvento

Siamo nati nel 1951. Dicono che fossero anni di stenti e di faticosa ricostruzione. Molti di noi non se ne sono accorti: da bambini tutto il mondo sembra incantato e tutto sembra normale se c’è la presenza rassicurante dei genitori e dei nonni. Siamo diventati grandi in quegli anni che si chiamano del “miracolo economico”. Non tutti siamo stati miracolati, però c’era una specie di indiscutibile fiducia nel futuro.

Che cosa abbiamo imparato dagli anni della nostra adolescenza? Alcuni forse ne hanno ricavato un motivo di scetticismo: lavori fino a stremarti, accumuli fino a esaltarti e poi in un momento tutto finisce in fumo. Ma noi i credenti siamo illuminati dalla parola del profeta: i cieli si dissolveranno come fumo, la terra si logorerà come un vestito, ma la salvezza del Signore durerà per sempre, la sua giustizia non verrà distrutta.

Abbiamo compiuto 18 anni nel 1969, abbiamo conseguito la maturità in anni di confusione di inquietudine, in cui l’imperativo era di vivere al contrario: uno invece di essere fiero di aver conseguito la maturità doveva vergognarsi, uno invece di essere contento di costruire doveva impegnarsi a distruggere, uno invece di mantenere l’ordine e la pulizia era liberatorio sporcare e mettere in disordine: si aveva l’impressione di vivere di ebbrezza e di rabbia, di utopie affascinanti di e di violenze spietate.

Che cosa abbiamo imparato dagli anni della nostra giovinezza? Quelli che si sono gettati nella mischia come presi dal demone della rifondazione del mondo ne hanno ricavato forse il risentimento per essere stati ingannati, per essere stati traditi; quelli che sono stati al balcone ad osservare ne hanno ricavato un motivo di disprezzo e derisione, con l’aria di chi si compiace della rivincita della banalità.

Ma noi, i credenti, abbiamo imparato a fidarci del profeta più che del cultore di utopie e del promotore di rivoluzioni. E il profeta dice: “Alzate al cielo i vostri occhi. In me spereranno le isole, avranno fiducia nel mio braccio”.

Nel 1975 abbiamo finito l’università, ci siamo sposati, siamo diventati preti. Abbiamo dato alla nostra storia una forma più assestata e solida. Ma erano gli anni di piombo, gli anni cupi della paura. Abbiamo attraversato tempi malati e abitati da un odore di morte, da un male di vivere.

Che cosa abbiamo imparato dagli anni della nostra maturità?

Alcuni forse hanno imparato a non credere più a niente, a tenersi fuori dai fastidi, a fare affari e capricci, a promettere e a ritrattare: insomma hanno imparato a sopravvivere in una società fluida.

Ma noi i credenti abbiamo imparato a convertirci a una nuova discrezione, a una presenza che non presume il protagonismo, ma la pazienza, a una missione che non è conquista, ma attrattiva, abbiamo imparato a rendere grazie a Dio il quale sempre ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde ovunque per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza. Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo per tutti. Così abbiamo scritto pagine di gloria senza avvedercene e senza vantarcene, abbiamo pianto i nostri martiri e contato le nostre sconfitte, abbiamo sofferto lo strazio degli abbandoni e l’umiliazione della insignificanza. E siamo rimasti là, come un profumo; e siamo rimasti là come una candela che si consuma per far luce, e siamo rimasti là, come i servi che vegliano in attesa del Signore, prigionieri della speranza.

Abbiamo compiuto 60 anni nel 2011, gli anni dell’ultima crisi, gli anni in cui ci siamo resi conto che non potevamo dare alle giovani generazioni quello che noi abbiamo avuto: aver lavorato tanto e di non riuscire a promettere lavoro; avere costruito case troppo grandi e di non vedere nascere bambini che le possano abitare; disporre di mezzi per consentire ai giovani di studiare e di farsi artefici di futuro e non capire donde venga una specie di malavoglia scoraggiata, una specie di preferenza per il divano invece che per il cammino, per il parcheggio invece che per la strada. Che cosa abbiamo imparato negli anni della crisi?

Forse alcuni hanno imparato che è meglio godersi il presente che pensare al futuro, che è più furbo chi pensa a se stesso e si approfitta della vita piuttosto che quello che pensa agli altri e si affatica per essere tenace nella fedeltà, generoso nella solidarietà, che è più conveniente sfruttare fin che si può la società, l’altro e la terra, e non c’è una ragione per rispettare gli altri, la terra e il convivere sociale.

Ma noi, i credenti, abbiamo imparato la via della speranza invincibile.

La via della speranza invincibile non è la previsione confortata dalle statistiche, non è l’aspettativa che domani sarà meglio di oggi e che qualche ritrovato della tecnica risolverà tutti i nostri problemi. La speranza invincibile è l’affidamento alla promessa di Dio, è l’ascolto delle Scritture che danno testimonianza di Gesù e ci dispongono all’attesa della sua venuta.

Ecco che cosa abbiamo imparato noi, i credenti del cinquantuno, attraversando le stagioni della nostra vita: abbiamo imparato a sperare!

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