Ausiliarie diocesane: «Testimoni coraggiose della vita consacrata»

«Il 40esimo può essere occasione per un bilancio, per valutare come sia andata, per descrivere i dati quantitativi, raccontando le cose fatte, i ruoli assegnati e ricoperti nei quali si sono esercitate le responsabilità, per dire delle imprese compiute, delle imprese incoraggianti, dei risultanti frustranti», nota, subito, l’Arcivescovo nell’omelia. E prosegue: «Si può vivere l’anniversario come occasione per una valutazione del presente, per domandarsi come siamo e stiamo, dove ci troviamo nelle scelte operate, nell’elaborazione del progetto apostolico, nel dialogo con le istante diocesane».

Insomma, un vivere questo momento così significativo come riflessione e discernimento. E, poi, viverlo anche «quale occasione per argomentare l’apprezzamento ricevuto, quello che ci si aspettava, che si è realizzato oltre ogni attesa, o che è mancato».

«Tutti esercizi legittimi di discernimento ecclesiale, sociologico e di riconoscenza, per ripercorrere le vicende di ciascuna e dell’Istituto; per visitare quante grazie sono state concesse da Dio e quanto è stato il bene ricevuto dalle persone che hanno accompagnato il cammino delle Comunità nelle quali si è prestato servizio; per valutare quanto bene e quanto amore è stato profuso».

E non manca, allora, la gratitudine, oltre il bilancio e il discernimento. Eppure, seguendo le Letture appena proclamate, il vescovo Mario scandisce: «A me sembra che il tempo e che il contesto ecclesiale e sociale che stiamo vivendo, ci indichino che questo sia piuttosto un tempo di missione».

«Il Signore dice alle Ausiliarie che il nome della vostra missione è, in una parola che vi caratterizza fin dall’inizio come Giovanni Battista Montini vi ha definito, “Le donne della Risurrezione” che fanno dell’incontro con il Risorto, la ragione della loro vita».

Ma cosa significa questo? «Voi potete spiegarlo per le esperienze che avete vissuto, per la preghiera che innalzate, per la testimonianza che continuate a dare».

Da qui quella che l’Arcivescovo chiama «qualche piccola riflessione che offre una sottolineatura a un’espressione così sobria e tanto ricca di contenuti».

«Siete persone che si devono riconoscere perché parlano di Gesù risorto, come Paolo ad Atene. Ciò deve essere la sintesi, perché è questa la verità più necessaria eppure meno attesa, incontrando lo stesso scetticismo e derisione che nell’Atene del I° secolo».

Il pensiero non può che andare all’attualità. «Molta gente oggi chiede alla Chiesa altre cose, probabilmente legittime, ma il fatto che Gesù è risorto – fondamento della nostra gioia, motivo della vita e della speranza invincibile -, pare un orizzonte poco desiderabile. Forse, anche in questi giorni, in questo tempo, tale annuncio verrà considerato come un vaneggiamento, ma è la vostra missione. Tutta la Chiesa non ha altro da dire che questo e, perciò, non ci meravigliamo di incontrare scetticismo ed estraneità».

«Voi donne della Risurrezione, siate capaci di convincere che questa è la parola più importante che avete – abbiamo – da dire. Accogliete Gesù come luce del mondo e, perciò, non vivete nelle tenebre. La Comunità di Gesù risorto vive della Parola e sta ad essa sottomessa. La parola che il Signore dice è la vita eterna. Siate donne docili alla parola di Dio, continuate a vivere desiderose di lasciarvi istruire da Dio».
Il richiamo del Vescovo si fa più chiaro e stringente, quasi divenendo un inno a un, correttamente inteso, “genio” femminile. «Siate donne con una presenza capace di profezia e umiltà, di coraggio e di attenzione. Le donne della Risurrezione hanno un tratto caratteristico che, nella tradizione della Chiesa, è stato quasi dimenticato. Ma voi avete il dono di essere donne, capaci di comunicare, anche ai preti e ai collaboratori delle vostre comunità, un’attenzione di cui dovete essere esperte, con una capacità di edificare, custodire, generare che soltanto la sensibilità femminile può manifestare».

E, infine, la consegna più importante, quella del domani: «L’avere qualcosa da dire che sia ascoltabile da questa generazione di giovani donne che si affacciano alla vita in un momento e in una cultura che sembrano coltivare lo smarrimento e la banalità, la riduzione di tutto all’intimità precaria, La crisi delle vocazioni è, forse, un sintomo e una specifica difficoltà delle ragazze di oggi»

L’invito è a far comprendere che esiste «una buona ragione per ascoltare il Vangelo, per accogliere l’annuncio, per costruire personalità che possano diventare testimoni della Risurrezione in grado di generare il futuro. «Siate testimoni coraggiose, parola persuasiva, donne che possono contagiare la popolazione femminile di questa terra con una sensibilità di cui solo voi – insieme con tutte le Consacrate di cui è ricca la nostra Chiesa -, siete capaci: donne che parlano ad altre donne, uomini e a tutta la Chiesa, essendo persuasive della bellezza della vita consacrata. Chiediamo, chiedete, la grazia di portare a compimento la vostra vocazione».